Li vediamo con i caschi colorati, attorniati da meccanici e ragazze immagine come scintillanti cavalieri di moderni tornei. Ci fanno esaltare, soffrire, urlare. I più appassionati girano il mondo per vederli impegnati in una staccata un po’ al limite o in un sorpasso tirato. Sono bellissimi ed affascinanti. Chissà se anche loro, come noi, come i tifosi e gli appassionati, una volta tirata giù la visiera rimuovono il pensiero che stanno, comunque, rischiando la vita a 300 all’ora.
Poi basta qualcosa che va storto, un imprevisto e improvvisamente ti rendi conto, anche da dietro uno schermo, a decine di chilometri di distanza, che sotto le tute e i caschi ci sono persone, non supereroi. E non sto parlando solo quelli che ci lasciano, come Marco e come prima di lui Shoya o Daijiro. Ma anche quelli che restano, impietriti, nei box a fissare il vuoto, senza vergognarsi di versare lacrime vere. Sono piloti, ma soprattutto sono uomini.
